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Dopo tre anni da «vu cumprà» all’ingresso della pasticceria, è stato assunto in quella stessa pasticceria dove, fino a pochi giorni, chiedeva l’elemosina. È quasi una favola quella di Moussa Ndoye, 29 anni, dal Senegal. Si aggira fiero tra torte e bignè, sfoggia con orgoglio la divisa verde da cameriere. Da giovedì, è ufficialmente assunto alla rinomata Bottega di Pasticceria, sul Lungarno Ferrucci. Merito dello chef stellato Simone Bartolini, titolare del locale, che ha scelto di assumerlo. «Non è stato un gesto di pietà, quest’assunzione se l’è guadagnata con tanti sacrifici».

I sacrifici sono i tre anni trascorsi all’ingresso del locale, le mani tese ad attendere gli spiccioli. «Non guadagnavo più di dieci euro al giorno». Un lenzuolo per terra con sopra accendini, braccialetti, calzini, fazzoletti. «Compravo tutto nei negozi cinesi in via Nazionale». Ambulante, destino comune di molti suoi connazionali. Vita randagia. Partiva col treno delle 6.43 da Pontedera, dove abita tutt’ora insieme ad altri sette senegalesi. Una piccola stanza, 150 euro di affitto più le bollette. «Non avevo i soldi per pagarmi il treno, così facevo il viaggio senza biglietto». Sapeva di rischiare grosso. «Ma non avevo soldi, il viaggio di andata e ritorno costava 18 euro, il doppio di quanto guadagnavo in una giornata». Se il controllore non passava, il viaggio filava liscio, altrimenti erano guai. «Per fortuna non ci faceva la multa, però ci faceva scendere alla prima stazione». San Miniato, Empoli, Lastra a Signa. «Aspettavo il treno successivo e ripartivo». Sempre senza biglietto. Da Santa Maria Novella prendeva l’autobus che lo portava in piazza Ferrucci. «Nei primi tre mesi ho fatto l’elemosina al bar Pappagallo». Poi ha inaugurato la Bottega di Pasticceria, nel gennaio 2016. Ricorda Simone: «Moussa mi disse che questo era il bar più bello che avesse mai visto, si guadagnò così la mia simpatia, gli permisi di restare all’ingresso coi suoi accendini, a patto che fosse rispettoso».